Introduzione

"Testimonianze incise nel marmo". Viene in mente la teoria che Ugo Foscolo formula nei Sepolcri: l'uomo affida ai monumenti il compito di trasmettere i propri insegnamenti alle generazioni future. E' automatico il meccanismo? No, occorre che i messaggi vengano recepiti. Se questo non accade, loro, i "marmi", restano là in attesa che giungano "i forti animi". E la loro presenza non è eterna. Il tempo li distruggerà e allora - dice il poeta - ci sarà la poesia a rendere "eterno" il loro insegnamento. La poesia del Foscolo può essere intesa per noi, certo più condizionati dalla scienza, come cultura. In altre parole i monumenti, i cippi e le lapidi, che oggi l'Associazione Nazionale dei Partigiani Italiani di Piacenza ci propone con questo libro, rappresentano una documentazione che è pronta per essere letta dalle giovani generazioni. Avranno, però, la capacità di decifrare il linguaggio di questi "marmi"? La scuola si sta impegnando in tale senso, ma non è il caso di illudersi. La strada appare in salita per diversi motivi che non è qui il caso di ricordare. Inoltre non si tratta di una semplice trasmissione di dati. Occorre che il messaggio della Resistenza, rappresentato da questi documenti scritti nella pietra, diventi cultura superando comprensibili strumentalizzazioni ancora presenti.
Non ci illudiamo che un documento risolva il problema della lettura storica. Vi è stato chi lo ha fatto, ma il collegamento culturale tra una generazione e l'altra non è così semplice. Oggi le cose si sono ulteriormente complicate. L'informatica sta creando salti generazionali difficilmente controllabili. I giovani, che hanno un rapporto facilitato con la moderna tecnologia, potrebbero illudersi di poter fare senza il cammino storico che hanno compiuto i padri. E i padri, a loro volta, potrebbero commettere l'errore di attardarsi in disquisizioni storiografiche. Problemi fisiologici di una società in evoluzione, si dirà. E certamente oggi si deve fare i conti - come detto prima - con i mutati rapporti temporali, ma anche culturali, tra una generazione e l'altra.
Non è qui il caso di dilungarsi oltre su questo tema. Sta di fatto che i "marmi" della Resistenza piacentina, in attesa che i problemi a cui si è fatto cenno trovino una loro naturale soluzione, staranno a documentare quei valori che bene sintetizza la motivazione della medaglia d'oro concessa a Piacenza con decreto presidenziale del 12 aprile 1996, G.U.4-7-1996 (che ricalca quella dell'argento concesso il 9 aprile 1949) "In venti mesi di duro servaggio riaffermava col sangue dei suoi figli le nobili tradizioni che nel primo Risorgimento la fecero proclamare la "primogenita". Fucilazioni, martiri, deportazioni, saccheggi e distruzioni non scossero la fierezza del suo popolo che, tutto unito nel sacro nome d'Italia, in cento combattimenti contro un nemico soverchiante, si copriva di imperitura gloria. Nelle giornate della riscossa i suoi cittadini ascrivevano a loro privilegio ed onore la riconquista delle proprie case e delle patrie libertà e issavano sulla civica torre il santo tricolore consacrato dal sacrificio dei caduti". Per appuntare la medaglia d'oro sul gonfalone piacentino venne a Piacenza il 9 ottobre 1996 il presidente della repubblica Oscar Luigi Scalfaro.
Qualche cenno storico. Con l'8 settembre 1943 Piacenza vede cadere i suoi primi martiri della causa della libertà: sono i morti ricordati dal monumento posto sulla recinzione dell'ospedale militare. Di lato al liceo "Respighi" un cippo ricorda invece gli ultimi caduti delle brigate che il 28 aprile 1945 entravano in città. Tra queste due date vi sono momenti di eroismo individuale che si uniscono ad altri di gruppo. Nei "venti mesi di duro servaggio" vi furono pure zone d'ombra. I partigiani pagarono anche fraintendimenti con gli Alleati. Si pensi al comunicato del generale Alexander che il 13 novembre 1944 ordina ai partigiani di tornare a casa perché per tutto l'inverno 1944 - '45 l'offensiva anglo - americana si sarebbe fermata. Un esplicito invito ai nazi-fascisti a dedicarsi solo ai "ribelli" che insidiavano la via Emilia e così scattarono le tragiche giornate dei rastrellamenti della divisione Turkestan con lo sbandamento dei reparti partigiani.
Una pagina nera a cui ne seguirono altre luminose tra cui quelle dell'aprile 1945 quando ai partigiani fu concesso l'onore di liberare la città. La sfilata del pomeriggio del 5 maggio successivo, con la consegna delle armi in piazza Cittadella, mette fine alla guerra di liberazione anche se i mesi seguenti, con il Cln che amministra la provincia, possono essere ancora assegnati alla storia partigiana.
Vediamo in breve la "forza" della nostra Resistenza. Passando agli schieramenti va precisato che Piacenza faceva parte della tredicesima zona e già dopo l'8 settembre 1943 si riunì il Comitato di Liberazione Nazionale provinciale che guiderà l'attività partigiana fino alla liberazione.
Alla vigilia dell'ingresso in Piacenza, avvenuto all'alba del 28 aprile 1945, le formazioni partigiane della nostra zona sono divise in tre divisioni: "Piacenza", "Valnure" e "Valdarda".
La divisione Piacenza, al comando di Fausto Cossu, - facciamo sempre riferimento al periodo immediatamente precedente la liberazione - è composta da un quartier generale, da una compagnia "Carabinieri" e da undici brigate: "Diego, M. Busconi, Paolo, P. Cataneo, Ciancio (detta anche quinta di manovra Pippo), Fratelli Molinari (detta anche G. Gasparini), Gino Cerri (detta anche Alpini Aosta), A. Botti (detta anche ottava di manovra Nico), Valoroso, F. Casazza, Montesanto (detta anche undicesima mobile Muro). La divisione in precedenza era stata denominata Brigata Giustizia e Libertà, poi Divisione Giustizia e Libertà e successivamente Raggruppamento Divisioni Piacentine - Pavesi.
La "Piacenza" operava ad Ovest; spostandoci ad Est si entra nella zona della Divisione Valnure comandata da Renato (Pio Godoli). Il reparto è composto da sei distaccamenti divisionali (SM, Sabotatori, Reparto Z, Servizio Sanitario, Polizia, Intendenza) e tre brigate (Inzani, Gianmaria e Mack). Precedentemente era costituita in bande tra cui l'Istriano e Stella Rossa, la prima diventerà Brigata d'Assalto Garibaldi (più tardi Caio), la seconda prenderà il nome di Brigata d'Assalto Garibaldi Stella Rossa. Sul finire del 1944 si formò la 61.a Brigata d'Assalto Garibaldi Valnure poi Brigata Mazzini.
Ad Est operava la Valdarda al comando di Giuseppe Prati. Formatasi il 16 aprile 1944 sul monte Lama, si denominò in un primo tempo 38.a Brigata d'Assalto Garibaldi, poi 1.a Divisione garibaldina Piacenza ed infine Divisione Valdarda. Aveva in organico otto brigate, 44 distaccamenti e 15 servizi (intendenza, amministrazione, sanità, polizia, tribunale militare, autoreparto, collegamenti, informazione, armerie, corpi speciali, campo prigionieri, servizio religioso, ufficio maggiorità, ufficio matricola, amministrazione civica).
Nel quadro vanno incluse le SAP (Squadre d'Azione Patriottica) composte da uomini che operavano soprattutto nella pianura con azioni di sabotaggio e di collegamento (vanno citate anche le GAP, squadre di guastatori, sabotatori e distaccamenti autonomi operanti nelle varie divisioni). Infine dal luglio del 1944 viene costituito il Comando Unico militare con a capo Emilio Canzi, sostituito in seguito da Luigi Marzioli, ma nel novembre del 1945, poco prima della morte, reintegrato nell'incarico.
Gli uomini, i feriti, i morti. Complessivamente le tre divisioni avevano una forza, sempre alla vigilia della liberazione, di circa sei mila effettivi ai quali vanno aggiunti i circa settecento delle SAP, gli oltre mille patrioti e i cinquecento benemeriti. Nel suo libro sulla Resistenza, Carlo Cerri conta complessivamente 8.252 persone impegnate nella Resistenza con 778 caduti in combattimento e 924 feriti. Così i singoli reparti (li citiamo in ordine geografico, da ovest ad est). Divisione Piacenza: 2512 effettivi, 212 caduti e 331 feriti; Divisione Valnure: 1202 effettivi, 168 caduti e 201 feriti; Divisione Valdarda: 2760 affettivi, 351 caduti e 314 feriti; Formazione SAP Provinciale: 729 effettivi, 43 caduti e 78 feriti.
Il quadro di questi dati si amplia se ricordiamo anche i 36 caduti ed i feriti in difesa della città il 9 settembre 1943, i combattenti nelle formazioni partigiane all'estero (245 effettivi e 112 caduti) e tutti gli appartenenti alle Forze Armate che dopo l'8 settembre 1943 combatterono contro i tedeschi. Va pure ricordato che nei reparti partigiani piacentini combatterono anche 295 partigiani stranieri appartenenti a diverse nazionalità. Trentacinque di loro perirono in combattimento. Importante la presenza delle donne. In un suo saggio Carmen Artocchini conta 194 partigiane combattenti, 164 patriote, 75 benemerite, 13 cadute, 2 fucilate, una medaglia d'argento alla memoria. Il quadro ovviamente si amplia se si fa riferimento a tutte quelle donne che subirono diverse forme di violenza. Basterebbero le vittime durante il citato rastrellamento della Turkestan nell'inverno 1944 - 1945.

Il valore degli uomini della Resistenza è documentato anche dai numerosi decorati e nel numero vanno inclusi anche i militari che dopo l'8 settembre hanno sacrificato la vita combattendo contro i tedeschi. Ricordiamo le medaglie d'oro: Alberto Araldi "Paolo", brigadiere dei carabinieri e vicecomandante della Divisione Piacenza. Fu fucilato il 6 febbraio 1945 nel cimitero di Piacenza. Giannino Bosi "Battisti": studente universitario di Piacenza, ufficiale dell'esercito, passò nelle formazioni partigiane che operavano nell'Italia Nord - Orientale. Alfonso Cigala Fulgosi: generale di Divisione, era comandante della Piazza di Spalato in Dalmazia quando lo raggiunse l'armistizio. Fu fucilato dai tedeschi. Luigi Lusignani: colonnello, comandava il 18° Reggimento fanteria Acqui nell'isola di Corfù dove fu fucilato dai tedeschi. Ettore Rosso: sottotenente della Divisione Corazzata Ariete, dopo l'8 settembre fece parte delle truppe che difesero Roma dai tedeschi. Alla resa preferì la morte. Giacomo Crollalanza: nato a Ragusa da famiglia piacentina, cadde con i partigiani che operavano nel parmense. Romolo Fugazza: coniugato con una piacentina, ufficiale di carriera, il 10 settembre 1943 a Porta San Paolo sacrificò la propria vita per permettere il ripiegamento di altri reparti impegnati nella protezione della capitale. Pure coniugato con una piacentina era Ferrante Gonzaga Del Vodice, originario di Torino, ufficiale di carriera, ucciso l'8 settembre 1943 per non avere voluto ordinare ai suoi reparti la cessione delle armi intimata dai tedeschi. Trovò la morte nel Piacentino Manfredo Bertini, originario di Lucca, ma operante per gli Alleati nelle formazioni della XIII Zona.
La Resistenza non era solo combattimento, ma anche organizzazione. In questo contesto merita una citazione l'attività svolta dai cappellani e dai parroci della montagna che si impegnarono nell'assistenza religiosa sia ai partigiani sia ai prigionieri. La nomina dei cappellani veniva fatta dal comando unico e dai comandanti divisionali in accordo con l'ufficio cappellani che ebbe soprattutto in monsignor Ugo Civardi un instancabile animatore.
Ricordiamo coloro che pagarono con la vita: don Giuseppe Beotti, arciprete di Sidolo; don Francesco Del Nevo, parroco di Porcigatone; don Alessandro Sozzi, parroco di Strela; don Umberto Bracchi, missionario di S. Vincenzo e don Giuseppe Borea, parroco di Obolo. Quest'ultimo è stato cappellano militare della Divisione Valdarda e si è prodigato non solo nell'assistenza religiosa, ma anche nello scambio di prigionieri. Catturato dai nazifascisti, fu fucilato nel cimitero urbano di Piacenza il 9 febbraio 1945. Alla sua memoria sono state attribuite la medaglia d'argento al valor militare e la medaglia d'oro alla memoria, quest'ultima da parte della Federazione Italiana Volontari della Libertà. Il sacrificio di questi preti è spesso collegato al contributo dato dalla gente della montagna.

Fausto Fiorentini

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